Il racconto di Marco “sopravvissuto” alla MMT 100 Mile di Vivaro (PN)

Prima di lasciarvi al racconto di Marco Bidinotto, il nostro skyranner, vediamo i numeri della gara: 100 miglia, ovvero 160,5 chilometri di corsa in montagna con un dislivello di 7200 metri, tutti in salita, oltre 32 ore di gara. Numeri che scoraggerebbero chiunque, ma non Marco e i suoi compagni di avventura che alla fatica “immensa” di una corsa estrema come la MMT 100 Mile, contrappongono la felicità che può provare solo chi porta a termine quella che per la maggior parte di noi è un’autentica impresa. Una sfida, prima che con gli altri, con se stessi dove il podio o il risultato diventano irrilevanti rispetto alle sensazioni che solo queste competizioni ti possono regalare.

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Bagnato, direi di più: letteralmente lessato. Lessato come le ottime patate che ho trovato ai fornitissimi ristori di questo viaggio. Arrivo preparato malissimo a quest’appuntamento ma non avendo mire agonistiche in questo tipo di avventure le gambe contano relativamente. Le difficoltà amplificate dal fango e pioggia sono state tante ma, per fortuna, è stato enorme il sostegno della miriade di volontari incrociati lungo il percorso. L’accoglienza e il calore offerti, le battute, i ristori fornitissimi hanno contribuito a rendere tutto estremamente piacevole e divertente.
Divertente, ma non troppo, la prima parte sui magredi e solo dopo circa una ventina di kilometri comincia il bello, se non altro perché è ottobre: le giornate sono corte ed è già tempo di mettere il faro in fronte.
All’uscita dal primo vero ristoro piazzato all’interno di una simpatica stalla comincia inesorabilmente a piovere a dirotto. Il percorso scorre veloce e la pioggia sembra essere quasi rigenerante, fa sentire meno la fatica, e, visto che sono un po’ sadico mi diverte. Purtroppo dopo sette, otto, nove ore di pioggia il divertimento finisce. Verso il mattino lame infuocate mi si conficcano fra le scapole. La sensazione sulle spalle è quasi insopportabile, i pochi grammi della frontale sembrano essere tonnellate. Non saprei come descrivere i miei piedi ma assicuro che ci voleva stomaco solo per riuscire a guardarli.
Alla seconda seconda base vita mi sono seduto a tavola con 4 o 5 concorrenti, mi è stato chiesto da un volontario se volevo pasta al pomodoro o al ragù (!?) la pasta è stata saltata per me, su una padella, solo il mio piatto?? Mi hanno servito al tavolo con il sorriso… in molti ristoranti in cui sono stato ho mangiato e sono stato servito peggio. Passato Poffabro mi rendo conto che la migliore ipotesi relativa i tempi d’arrivo andrà a farsi benedire, ma poco importa. Voglio arrivare alla fine, decentemente e senza farmi male: è questo quello che conta.
Il fango in discesa costringe alla continua ricerca di equilibrio, l’impressione è quella di scendere in piedi su uno scivolo. A lungo andare è stato sfiancante e non ha permesso di arrivare pronto ad affrontare l’unica vera salita che da Casasola porta a casera Valine. Con gran calma sono arrivato in cima e ho ricominciato a scendere.
Surreale il passaggio nelle gallerie: 2 passaggi sotterranei da 1,7km completamente al buio in cui pioveva a dirotto. La frontale mi si è scaricata proprio lungo la prima e, con non poca difficoltà sono ricorso alla luce di scorta. Non so perché – o forse si – all’interno, in solitaria, mi è venuto in mente il film “le colline hanno gli occhi”. Per arrivare alla prima galleria ho corso sopra una lunga diga, l’ho attraversata, ho percorso un breve tratto scoperto per poi entrare nel secondo tunnel. All’uscita mi è preso un colpo, un deja vu, una sensazione terrificante : mi sono trovato davanti la stessa identica diga speculare all’altra. Forse avevo sbagliato direzione nel passaggio tra una galleria e l’altra. Sarei dovuto tornare indietro, di nuovo in quei cavolo di freddi e bagnati buchi nella roccia… Sono passati lunghissimi secondi prima di realizzare che il verso era corretto e lo scopro grazie al ristoro qualche centinaio di metri più avanti.
Tra le dighe e Tramonti scorre la parte più bella del viaggio, è un piacere correre accanto al torrente redona pieno di buche dove d’estate è una goduria tuffarsi. L’ultima base vita è l’occasione per raccogliere tutte le energie rimaste. Mi fermo per più di un’ora, mi cambio, mangio pasta e patate lesse, formaggio, esagero con i dolci e colmo la fame che mi stava divorando. Riparto e dopo un paio di kilometri sono costretto a fermarmi – per ovvi motivi – ma va bene così: tutto funziona, un po’ alla volta ricomincio a funzionare. Le gambe però non rispondono, cerco di correre ma non ci riesco… qualcosa mi blocca, non capisco cos’è, non riesco a vincere la resistenza del freno a mano che mi trattiene fino alla svolta. Sento un treno che arriva da dietro, è Daniele: un concorrente che aveva corso in coppia per tutto il tragitto. Il suo compagno di gara si era appena ritirato e lui era incazzato nero. Approfitto spudoratamente della sua adrenalina da incazzatura che coinvolge in pieno anche me. Eccola! La scossa che mi serviva: le gambe ricominciano a girare. Sto correndo, piano, ma sto correndo! Arriva finalmente la transizione di fase tanto attesa: i polpacci d’ebano ritornano in carne e ossa. Nell’ultimo tratto in compagnia e con il sorriso sorpassiamo circa dieci persone. Ringraziandolo cedo il passo a Daniele 1km circa prima dell’arrivo per lasciargli la posizione che si merita. Alle 2 e 09 arrivo anch’io accolto da un mega festone (non per me). Ricevo complimenti, medaglia, giacchino finisher. Ho mangiato un buon piatto di minestrone e con un panino al formaggio mi sono incamminato verso l’agriturismo per lavarmi. Ad un centinaio di metri dall’arrivo c’erano due mamme con rispettivi bimbi, mi sono immaginato che stessero aspettando i loro papà che probabilmente avevo superato nell’ultimo tratto. Quindi mi sono avvicinato per dirgli che in massimo mezz’ora sarebbero arrivati. Beh… Sono arrivato a 5metri per realizzare che erano due belle fioriere…
E’ qui che ho realizzato per davvero che forse era meglio andare a riposare un po’…

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