Il racconto di Marco dal “fronte” dell’Adamello….. Ultra Trail

 

bidinotto-adamello-ultra-trail-2016-2-r“Un infortunio gli ultimi giorni di agosto mi fa tremare. Ho tanti dubbi su cosa è possibile chiedere ad una caviglia livida, gonfia, distorta. Troppo forte il desiderio di scommettere su me stesso e fra un impacco di ghiaccio ed un altro ufficializzo la mia partecipazione ad uno degli eventi più tosti dello scenario ultratrail in Italia. Arrivo a Vezza d’Oglio giovedì 22, la tensione è alta ma non da compromettere una sana dormita. Partenza alle 9 del mattino di venerdì insieme a quasi ottanta temerari. Il primo tratto mette in riga tutti, qualcuno viaggia in gruppo, qualcun’altro – come me – corre solo. Sono al quarto kilometro e vengo sorpreso da cinque, sei, sette arpionate su gambe e tronco. Non capisco subito cosa stia succedendo. Una scossa, anzi, forti scariche elettriche mi percorrono la schiena. Sono stato attaccato da grosse vespe di terra; chi mi ha preceduto deve avere pestato il loro nido e sono estremamente arrabbiate. Mi allontano imprecando e mi accorgo di avere tre enormi vespe rimaste incastrate sulla mia carne con il loro pungiglione, non riescono a staccarsi e continuano a mordermi con violenza. Le stacco a sberle. Aghi simili a spine di una rosa mi sono rimasti addosso. Li tolgo e dolorante riparto. Dietro di me il copione si ripete, i più fortunati vengono punti una sola volta. Io sono in difficoltà da subito. Le ferite si gonfiano ma vado avanti. La salita è imponente, non presenta particolari difficoltà tecniche ma è molto lunga, le pendenze sono importanti e non è semplice gestire le forze. Attraverso sentieri, vecchie mulattiere militari, trincee e pascoli. Salgo fino ai 2600 metri di porta Muralta ed è solo la prima vetta delle undici che spero di conquistare. La strategia è quella di risparmiare in salita per correre leggero in discesa perchè è proprio scendendo che le gambe vanno sfruttate – ma tutelate – al meglio. Dopo circa quattro ore che viaggio da solo riesco a raggiungere un paio di volti conosciuti e comincio a muovermi in gruppo con Emanuele (che mi sta sempre davanti ad ogni gara), Mauro (con cui ho già condiviso parte di tracciati dolomitici decisamente estremi) e Tiziano (forte atleta sia su strada che per sentieri con un curriculum carico di ottimi piazzamenti). La loro compagnia mi aiuta moltissimo: le chiacchiere in dialetto veneto distraggono dalla fatica; scherziamo; ci alterniamo nel ruolo di lepri; ci incitiamo ad andare avanti. Maciniamo kilometri e soprattutto accumuliamo dislivello, tanto dislivello… sia in salita che in discesa. Il percorso è molto lungo e i primi 50 kilometri richiedono attenzione: alcuni passaggi sono esposti e il fondo non è sempre agevole. Si ragiona per piccoli obiettivi che sono rappresentati dai ristori, le forcelle e i passi fra una montagna e l’altra. Il venerdì scorre rapidamente come l’erba, le pietre e le radici sotto i piedi. I ristori sono ben forniti, i volontari sono disponibilissimi e di sostegno, il balisaggio è ben posizionato. Il rischio di sbagliare percorso è minimo almeno fino al tramonto. Sono passate 12 ore, la temperatura si è abbassata ed insieme al buio cala una nebbia fittissima. Quando mi fermo ai ristori mi raffreddo subito e al rifugio Bozzi, in cima alla quinta vetta oltre i 2300 metri decido di scendere senza compagnia. Non è la scelta giusta perchè a causa della scarsa visibilità esco dal percorso portando fuori strada anche quattro altri atleti che mi seguono. Ricorro al preziosissimo etrex per capire dove sono e per rientrare nella giusta via. Mi fermo qualche minuto in più a malga Cadì dove il ristoro è all’interno e oltre a riempire le borracce è possibile scaldarsi. Qui mi riunisco ai tre compagni di viaggio che mi riaccolgono nel gruppetto. Proseguiamo ancora insieme con l’obiettivo principale di arrivare alla base vita di Ponte di Legno. Sconfiniamo in Trentino Alto Adige, superiamo la violenta salita – e discesa – fino a cima Biolca, attaversiamo il passo del Tonale… Ci mettiamo 18 ore e mezzo per raggiungere l’unica base vita prevista: il palazzetto dello sport di Ponte di Legno. Inizio una serie di rituali: mi spoglio; tolgo scarpe e calzini; svuoto completamente lo zaino; cambio batterie al garmin; metto il telefono in carica… Su suggerimento di Tiziano che mi presta il suo asciugamano mi concedo una rigenerante doccia calda prima di indossare abiti puliti. Per gli atleti è disponibile un fisioterapista quindi mi concedo pure un veloce massaggio per sciogliere un po’ le spalle. Mi nutro con un buon piatto di pasta, e sazio, pulito e ancora in forze mi sento pronto ad affrontare i 90 kilometri che mancano. Anche il cambio delle scarpe mi regala un nuovo assetto e dopo un’ora e mezza di pausa riparto. Procediamo ancora in quattro ma, purtroppo, ancora per poco. Dai 1250 metri di Ponte di Legno in poco più di 6 kilometri bisogna raggiungere le Bocchette di Casola a 2400 metri. I 100 kilometri sulle gambe cominciano a presentare il conto: arrivo alla forcella con Emanuele, Mauro è in difficoltà a circa 200 metri più giù mentre Tiziano ci raggiunge a fatica accusando fitte brutali ai quadricipiti femorali. Il sole è sorto. Le frontali non servono e io ed Emanuele scendiamo in coppia lasciandoci andare. Dai ciottoli passiamo all’erba ed è qui che ricominiciano a girare le gambe e si può correre per davvero. A Maralsina attendiamo gli altri due dove di comune accordo decidiamo che il gruppetto si può spezzare. Io ed Emanuele proseguiamo a buon ritmo, non nascondo che mi aiuta moltissimo averlo come riferimento perchè va molto forte e soprattutto in salita riesce a rendere molto più di me. Dopo circa 20 kilometri capisco che devo cominiciare a risparmiare energie e saluto il mio “ultimo” compagno di viaggio nella ripida salita a piana dei Morei. Proseguire da solo è molto impegnativo ma fa parte del gioco e so bene che con il giusto spirito posso andare lontano. La solitudine viene interrotta solo dai sorridenti volontari impegnati nei ristori e nei punti di controllo. Affronto la terribile scalinata di ghiaia e radici che porta al passo Gallinera, mi supera con facilità il primo atleta della gara sorella (il trail di “soli” 80 km) partito poche ore prima da Ponte di Legno. Sono di nuovo a oltre 2300 metri e comincia una lunghissima discesa che mi porterà ad Edolo (690 metri) che – nella mia testa – rappresenta l’inizio dell’ultima parte di gara. La prima parte della discesa fa venire le vertigini: è uno strapiombo di ciottoli e rocce che costringe a fare continui saltelli verso il basso. Calibrare l’appoggio è snervante e dispendioso. La discesa resta ripida ma il fondo cambia solo dopo Malga Stain. Scendo, corro con difficoltà e raggiungo Edolo. Ho macinato 150 kilometri – il dislivello non si conta – sono passate 32 ore e mezza e sono ancora integro. Approfitto di un’altra fisioterapista per farmi risistemare un po’ le spalle. Purtroppo non posso cambiarmi e lavarmi ma mi ricarico a sufficienza per affrontare l’ennesimo strappo che mi porterà 1400 metri più in alto. Aadamello-ultra-trail-fotoncora una volta sono su una mulattiera che non presenta grandi difficoltà tecniche ma la pendenza è estrema e sfiancante. Mi sfilano accanto numerosi atleti della gara “corta” ma la cosa non mi preoccupa. La maggior parte mi fa i complimenti e io ricambio sempre. Mi chiedono come diavolo riesco ad andare avanti con quasi 100 kilometri più di loro alle spalle. La mia risposta è sempre uguale: la fatica è uguale per tutti… basta non ascoltarla troppo! Arrivo a Malga Mola prima che la luce del sole sparisca del tutto. Mi fermo almeno mezz’ora al caldo. Mangio ancora un piatto di pasta e preparo il necessario per la notte. Indosso nuovamente la frontale e in breve mi ritrovo di nuovo solo al buio a combattere con freddo e salite impervie. Ho mangiato troppo e lo capisco subito perchè mi piomba addosso una forte crisi di sonno. Medito di sdraiarmi lungo il sentiero – sono a oltre 1900 metri – in un tratto esposto. E’ da oltre 35 ore che sono sveglio e una inspiegabile forza di inerzia continua a spingermi mentre cerco di individuare un posto dove potermi fermare. Una sorpresa inaspettata mi aiuta ad uscirne: il telefonino ha campo e mi arriva un messaggio da chi mi sta seguendo da casa. L’informazione che leggo riguarda la classifica, è totalmente sbagliata ma l’effetto che provoca è ciò che conta: mi scrivono che ho guadagnato due posizioni, sono confuso ma poco importa. E’ una scossa che mi regala energie. Abbandono definitivamente l’idea del riposo e in breve tempo raggiungo il lago Mortirolo dove oltre ai volontari sempre sorridenti mi scaldo e mangio ancora a volontà. Non mi fermo molto, la domenica sta per cominciare e mancano ancora solo una salita – a oltre 2300 metri – e una lunga discesa per chiudere l’anello che ho cominciato a disegnare a Vezza d’Oglio. Non ho più intenzione di farmi raggiungere da nessuno, nemmeno da chi partecipa alla 80 kilometri. Riesco ancora sorprendentemente a correre. Il primo tratto dell’ultima discesa è molto aggressivo: il fondo è scomodo e si scende di 300 metri al kilometro. La frontale – quella buona – lampeggia per indicarmi che si sta scaricando… la cosa mi infastidisce perchè mi costringe a fermarmi. Indosso la luce di scorta e con due lampade in fronte continuo l’esaltante picchiata. Salto l’ultimo micro ristoro dove faccio rapidamente segnare il mio passaggio urlando il mio numero di pettorale. Ad una manciata di kilometri dall’arrivo perdo di nuovo la via giusta, sono arrabbiato. Il balisaggio non è fitto come in precedenza o, forse, sono solo confuso per la mancanza di sonno. L’etrex è scarico. Ricorro alla “traccia di emergenza” che avevo salvato nel telefono ma il tempo passa. Con un po’ di difficoltà e tra una parolaccia ed un’altra riesco ad orientarmi. Corro. L’ultimo tratto è su asfalto e sono libero di spendere tutto quello che è rimasto. Sfuma l’obiettivo del sub40h ma poco importa, sono felice, ce l’ho fatta: ho concluso l’adamello ultra trail, gara di 180 kilometri e 11500 metri di dislivello positivo e negativo in 40 ore 20 minuti e 5 secondi. La classifica mi premia comunque, ho combattuto con chi vive e si allena regolarmente in montagna e l’ho fatto dignitosamente. Ho sofferto, perderò per l’ennesima volta le unghie degli alluci e le punture delle vespe fanno male a distanza di giorni. Ma la cosa che conta di più è che ho superato una barriera che credevo invalicabile e spostare un limite regala sempre quella magica illusione di avere guadagnato un pizzico di libertà in più.”

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Quello di Marco sembra proprio un racconto dal fronte…… ed in effetti l’Adamello Ultra Trail si corre interamente su mulattiere e sentieri militari, attraversando zone ricche di manufatti bellici ancora intatti, che come profonde cicatrici segnano ancora quel territorio, teatro di grandi battaglie che hanno segnato la storia della nostra nazione.

Anche questa volta Marco, con il suo racconto, ci coinvolge e ci regala quelle emozioni che solo chi corre queste gare estreme, impossibili per noi comuni mortali, può provare.

Grazie Marco e complimenti anche per l’ottimo risultato sportivo.

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