Quando le gambe non bastano……..

Di seguito, Marco, il nostro skyrunner, ci racconta la sua partecipazione alla Ultra Trail Vipava Valley, gara internazionale di corsa in montagna sulla distanza di 110 km che si è svolta domenica 15 maggio su monti della Slovenia, al confine con il Friuli.

Grazie al suo racconto posiamo condividere, senza far fatica, tutte le sensazioni e le emozioni che solo chi partecipa a questo genere di competizione può  provare.

“E’ venerdì pomeriggio. Arrivo a Kamp Tura per ritirare il pettorale, piove e la temperatura è al di sotto della media stagionale. Il numero che mi hanno assegnato è il 17… non so se sia di buono o cattivo auspicpartenza_864x1536io ma non sono così superstizioso da “fissarmi” sulla questione sfiga. Penso che il 17 potrebbe essere anche un bel numero se fossero le ore sufficienti per completare il percorso che mi aspetta. Meglio provare a riposare invece di pensare troppo. E’ sabato mattina. Sveglia alle 4:01 per arrivare in orario alla partenza prevista alle 6:00 da Ajdovscina. Ovviamente il clima non cambia: il cielo è grigio, piove, la temperatura è frizzante. So di avere con me tutto il necessario e basta iniziare a correre per scaldarsi. Subito si capisce che le condizioni dei sentieri non saranno d’aiuto. Si entra subito nel vivo della gara. Si scivola, i ciottoli e le radici intasano i sentieri insieme all’acqua che, anche se aUtvv100 tratti da un po’ di tregua, continua a cadermi sulla testa. Subito mi ritrovo fra boschi e salite ma, come sempre, sono le discese che danno filo da torcere. Nei primi 20-25 chilometri mi regalo due scavigliate sinistre che mi procurano una lieve distorsione… non sarà certo questo a fermarmi… Riesco a tenere un buon passo, i ristori sono invitanti ma mi fermo sempre lo stretto necessario per ingurgitare qualcosa, bere e riempire la borraccia. Qualche atleta di casa si beve pure della birra, provano a tentarmi ma non ho certo intenzione di caricare inutilmente il fegato che deve solo rispondere con le scorte di glicogeno necessarie per continuare. Anche se il cielo è grigio la valle di Vipacco vista dall’alto è uno spettacolo. Trovo divertente la consapevolezza di dover raggiungere le cime che vedo all’opposto della vallata: il percorso è sostanzialmente un anello quindi è possibile immaginare se stessi, dall’altra parte, a distanza di una cinquantina di chilometri. Catapultare i pensieri da una parte all’altra della testa aiuta moltissimo a far sentire meno lo stress. La discesa dal Mali Golak è tosta, mi piacerebbe pesare 50 kg per poterla affrontare con la leggerezza di quegli atleti che combattono per vincere la gara. Ma ne peso almeno 20 in più e schiena e ginocchia lo sanno bene. Raggiungo la base vita al 55esimo chilometro in poco meno di 7 ore. E’ il primo pomeriggio del sabato. Non sono ancora le 13:00 e sulla carta sono a metà gara. Sono consapevole che distanza ed altimetria sono solo numeri. La matematica non tiene conto di variabili come dolore, gambe dure e meteo infame. Fra mille pensieri… cambio calzini e maglia, ricarico il gps con una powerbank, telefono a casa, mangio e bevo… inizio a fare quattro conti stimando ipotetici tempi d’arrivo, le sensazioni sono buone e non mi pare di essere messo male. Riparto, le gambe ci mettono un po’ a muoversi a dovere, ma riparto. Un piccolo e breve accenno di sole è rincuorante. Il terreno è fradicio, le pietre sono scivolose, ma almeno la temperatura sembra non essere delle peggiori. La parte centrale del percorso alterna salite e discese brevi, corro anche su fondo non troppo impegnativo. Incrocio anche qualche ciliegio con i frutti maturi, pronti per essere raccolti. Sono le prime ciliegie che metto in bocca quest’anno, anche se gli occhi vedono che sono esplose per colpa della troppa acqua, il gusto mi sembra straordinario. Alle 15:45 ricomincia una pioggia battente e al ristoro del 71esimo chilometro indosso la giacca e cambio la maglia zuppa con quella di scorta che ho nello zainetto. Continuo a macinare chilometri, salite, discese tra vigne e strade bianche fino all’88esimo chilometro dove mi attende un ristoro che consiste in un piccolo gazebo in mezzo ad una piazzetta dove sono stipati a fatica qualche volontario e due tavolini con cibo e bevande. Sono costretto a fermarmi a causa di un diluvio. L’acqua cade a secchiate. Non posso restare immobile, saltello sul posto per non raffreddarmi troppo. Fortunatamente riesco a farmi offrire un po’ di brodo caldo -salatissimo- in un bicchiere. Dopo circa 10 minuti piove un po’ meno e decido di ripartire. L’altimetria del tracciato rivela che nei prossimi 8 chilometri mi aspettano 800 metri di dislivello positivo. Devo raggiungere la cima del Nanos. Non sono numeri impossibili: l’allenamento canonico che faccio sul monte Grappa sviluppa lo stesso dislivello in meno di 5 chilometri. Ancora una volta so che i numeri non contano nulla, sono tante le variabili in ballo e una fra tutte si chiama fatica. Il versante del Nanos che affronto in salita è particolare perchè è totalmente esposto alla forza della bora. Gli alberi sono quasi del tutto assenti, non riescono a nascere e quelli che a stento crescono vengono spazzati e spezzati dal vento. E’ sabato sera. Passato il 91esimo chilometro il sole è tramontato, è buio, la frontale illumina le bandierine catarifrangenti sto salendo ma sono nel mezzo di una tempesta. E’ un incubo. Le gocce di pioggia spinte dal vento sono proiettili che mi si conficcano ovunque. L’orecchio sinistro fischia per colpa del rumore provocato dall’acqua che si schianta nel cappuccio che mi copre la testa. Non esiste tessuto tecnico o membrana che possa sopportare tale tortura. Il bagnato penetra anche la giacca certificata per 20000 colonne d’acqua. Sono in un punto di non ritorno, fradicio e in balìa del vento. In realtà ciò che più mi preoccupa è il freddo: non quello che indica il termometro -2 gradima quello che percepisco. Per evitare di congelarmi devo sviluppare più calore possibile. Cerco di correre, faccio lavorare il motore, ho il fiatone. Inciampo, cado, mi rialzo e corro. Corro in salita, non lo faccio mai in gare lunghe per risparmiare le forze. Ma adesso non serve più tenere energie nel serbatoio. Sfrutto gambe e braccia aiutandomi con i bastoncini. E’ il Calvario, non è il Nanos. Inizio a scorgere le antenne radio posizionate in vetta. Mi sfianco, raschio il fondo. E’ proprio lì che devo arrivare e alle 21:15 le raggiungo. “OK. Ce l’ho fatta… sono in cima!” è il 96esimo chilometro. Intuisco subito che la tensione è altissima: non sono le onde elettromagnetiche ma i volti e il tono dei volontari a lasciar trasparire forte preoccupazione. Sono stremato dalla fatica, in piena crisi ipotermica. Tremo come una foglia e non riesco a tenere in mano nemmeno un bicchiere di the caldo. Mi accompagnano in una stanzetta riscaldata con un piccolo termosifone elettrico. Mi siedo, mi aiutano a coprirmi con una coperta. E’ uno schema che loro hanno già visto e ripetuto più volte con chi mi ha preceduto e che ripeteranno a lungo. E’ un continuo incrocio di sguardi fra concorrenti e chi sta lì ad assisterli. Passano almeno 20 minuti prima che riesca a smettere di battere i denti. Passata mezz’ora i brividi non sono più una costante. Per qualche attimo, in fondo in fondo, contemplo addirittura il ritiro – non mi era mai capitato. Forse vedere che la gran parte degli atleti decideva di fermarsi mi ha spiazzato. Fuori il vento è ancora fortissimo, piove e il termometro segna -1. So per certo che i 13 chilometri che mancano al traguardo sono quasi completamente in discesa, ci sono un paio di salitelle, ma la cosa che conta è che sono dentro il bosco: fra gli alberi il vento quasi non c’è e questo è determinante. Anche se gli organizzatori, come da regolamento, mi chiedono se voglio raggiungere l’arrivo comodamente in una jeep io ho deciso: scendo sulle mie gambe… di preciso non so quando, ma di sicuro finisco la gara senza Caronte che mi traghetta fino alla sconfitta. Non mi sono fatto male. Ho solo bisogno di scaldarmi. Ho ancora calzini e un paio di pantaloni asciutti. Con la dovuta calma riesco a cambiarmi e a far asciugare la maglia appoggiandola al termosifone. Ci sono, ho riordinato le idee, il fisico risponde e la voglia di arrivare in fondo c’è. Si tratta di scegliere il momento migliore. È arrivato, un po’ in difficoltà, anche un altro concorrente italiano. Si chiama Rodolfo e ci accordiamo per scendere insieme – almeno partiamo insieme visti i suoi acciacchi al ginocchio. Aspetto ancora, ancora, sono sempre più agguerrito. Scelgo di non chiudere occhio. Sono sveglio dalle 4:00 ma so per certo di avere ancora una buona autonomia. Dormire anche per soli pochi minuti innesca una serie di processi chimici che non mi sarebbero d’aiuto. Se non è strettamente necessario posso evitare i “microsonni”. A turno i rinunciatari continuano ad essere traghettati
all’arrivo. Infilo la maglia quasi asciutta, le scarpe zuppe e sfodero il telo d’emergenza – mi accompagna sempre sia in allenamento che in gara – con cui confeziono un bel gonnellino dorato che mi copre le gambe. Indosso anche la giacca e mi sento a prova di tempesta. È sabato notte, anzi domenica notte. Sono a -13 chilometri. Alle 00:03 parto con Rodolfo, facciamo insieme solo circa 500metri perché mi rendo subito conto che camminare non mi aiuta. Devo
ricominciare a correre, l’innesco è partito e posso proseguire solo. Come previsto gli alberi rallentano il vento, ma piove e fa freddo. I sentieri sono torrenti. La discesa è impegnativa: plano su fango, ciottoli e veri e propri scogli scivolosi. Riesco a non cadere, mi sento Peppa Pig che adora saltare sulle pozzanghere. Le scarpe sono pattini. All’ultimo ristoro ritrovo seduto un concorrente che avevo lasciato sopra il Nanos, me lo ricordo bene perchè gli avevo ceduto la mia coperta. Non me lo spiego, anzi si: ha tagliato il percorso e sentendosi scoperto ricomincia a correre. Mi arrabbio un bel po’, faccio notare inutilmente la cosa ai volontari ma senza esito. Mangio un po’ di frutta e riprendo la discesa. In pochissimo tempo raggiungo e svernicio l’imbroglione (!) e la forza d’inerzia mi spinge sempre più giù. Da maialino mi trasformo in cyborg. Negli ultimi 5km supero altri 2 ragazzi e in picchiata, con il mio bel gonnellino fashion ormai logorato raggiungo Kamp Tura. È fatta. Si! Ce l’ho fatta! La medaglia – rigorosamente in legno- è mia. Mentre a Eva basta raccontarle di essere stato Peppo Pig sarebbe stato impossibile giustificare al piccolo Carlo 2 giorni lontano da casa senza avere al collo quel simbolo di vittoria: non diteglielo…ma per lui la matematica non arrivo_1536x864conta “papà vince sempre…”

“È doveroso segnalare che dopo la pubblicazione del racconto gli organizzatori mi hanno contattato per fare chiarezza sul concorrente scorretto. Per me è questa una conferma dell’ OTTIMA ORGANIZZAZIONE DELL’EVENTO che consiglio a tutti!
All’arrivo non ho nemmeno pensato di segnalare la scorrettezza perché l’avevo già fatto e sarebbe stata una polemica inutile.I miei tempi sono molto umili e risultare in una posizione o l’altra non fa alcuna differenza: visti i miei umili/scarsi tempi d’arrivo spero non venga preso nessun provvedimento.”

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